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Perché la Calabria…

Più a sud del Sud

Nell’immaginario collettivo europeo (e non solo) la più meridionale delle regioni italiane non è la Sicilia, ma la Calabria. Al termine «meridionale», infatti, raramente si annette il suo ordinario significato geografico. Meridionale, nell’accezione comune, non riguarda la latitudine. Concerne, piuttosto, una razza. O, nel migliore dei casi, un carattere, un’indole, un modo d’essere. O, come direbbero gli antropologi, gli etnologi, i sociologi, un ethos, ossia un mondo di valori e modelli di comportamento di una comunità (che differenzia quest’ultima da altre). Quella dei meridionali appunto, considerata come un tutt’uno omogeneo.
La Sicilia è un’isola. Per ragioni identitarie, culturali, amministrative è un Sud a sé stante. Un Sud che, nonostante tutto, ha una sua ragione storica, oltre che geografica, di esistere separatamente dal resto del Meridione. Per quanto su di essa gravi l’ombra ingombrante della mafia. La Puglia rappresenta il Sud industrioso e ordinato. In certi luoghi, in certi paesi, non sembra di stare al Sud. La Basilicata, soprattutto negli ultimi anni, si è formata una fama positiva, di Sud diverso, bonario, serio, senza ombre. Ha dismesso l’abito del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Molise e Abruzzo non sono mai stati realmente Sud. Quasi nessuno li attribuisce idealmente all’Italia meridionale. Sono regioni liminari, quasi al Centro. La Campania è da secoli la regione più ricca del Sud, anche perché vi si trova Napoli, una grande città. All’epoca dell’Unità, Napoli, con i suoi 438.000 abitanti, era la terza metropoli europea dopo Londra e Parigi1 . La Campania aveva (e ha ancora) industrie, cantieri, agricoltura, commerci relativamente fiorenti.
La Calabria, invece, è la più povera regione d’Italia. La disoccupazione è la più alta. Ha un tessuto imprenditoriale lasco e sfilacciato. È una regione periferica, oltre la quale non c’è un’altra terra cui congiungerla, ma il mare, isolatore.
È un’isola senza il mare, secondo un ossimoro creato da Predrag Matvejevic , nel senso che la popolazione, sino al secondo dopoguerra è stata composta, per la maggior parte, di comunità arroccate in paesi dell’interno.
La ’ndrangheta e i suoi fiancheggiatori rappresentano la parte più efficiente del governo della regione: fanno la fortuna di tanti politici, si insinuano negli organi elettivi, risolvono liti, proteggono, aiutano, puniscono, perseguitano, affossano, decretano il successo o il fallimento di imprese, investono in attività criminali o illecite, esportano cattive pratiche e quant’altro.
La mala politica è la norma, quella buona l’eccezione. È il parossismo delle clientele, dell’assistenzialismo, dell’inefficienza, della corruttela, del lassismo, dell’incapacità, della verbosità fumosa, della burocrazia paralizzante, dei ritardi, delle omissioni.
La Calabria è una terra culturalmente disunita, antropologicamente e socialmente complessa, geograficamente spezzettata, paesaggisticamente e urbanisticamente oltraggiata.
La Calabria reca su di sé le stimmate di tutti i Sud del mondo cosiddetto civilizzato. È il paradigma del Meridione. Ecco perché la Calabria sta più al sud del Sud. È l’ultima, la negletta, la malfamata.

 

Omeopatia del brutto

Quando qualcuno che non conosce la Calabria mi chiede di fare un viaggio quaggiù e vuole che gli indichi delle mete, dei percorsi, mi accerto prima se le sue intenzioni sono serie. Come farebbe un padre con il pretendente della propria figlia.
Se il mio interlocutore pensa di spassarsela un po’ al mare o in montagna, mi limito a qualche indicazione vaga e lascio che sia lui a decidere, come, quando e dove andare. Se, viceversa, capisco che egli vuole realmente incontrare la Calabria, allora comincio un discorso a puntate. La prendo alla larga, con cautela, tentando di scoraggiarlo. Ma, nello stesso tempo, di incuriosirlo. A un certo punto gli do l’informazione shock: «guarda che la Calabria è brutta!». Attendo la sua reazione. Se percepisco che non la prende male, comincio col raccontargli delle tante ombre della regione e dei suoi abitanti. Se è possibile colloquiare via Internet, gli mostro qualche foto di scempi ambientali: urbanistica e/o architettura creativa calabra (le case non finite, i piani affastellati l’uno sull’altro, costruiti in epoche e con materiali diversi, le finestre asimmetriche, i centri storici deturpati), ma anche rifiuti, automobili, lavatrici, frigoriferi, materassi, divani sparsi per scarpate e boschi. Gli parlo dell’inefficienza delle pubbliche amministrazioni, del senso di scoraggiamento e di indolenza che serpeggia tra la gente comune, del complesso di inferiorità che affligge i calabresi. E, ovviamente, gli ricordo anche della ’ndrangheta, ove mai se ne fosse dimenticato. Gli chiedo anche se ha visto qualche film che parla della Calabria. E se lo ha visto aggiungo: «bene, la Calabria e i calabresi sono peggio». A quel punto, saggio per la seconda volta la sua reazione. In genere è di soddisfazione: perché gli ho detto esattamente quel che voleva sentirsi dire, quel che è la percezione comune, l’immagine mediatica, in Italia e fuori dall’Italia, della Calabria e dei calabresi.
Solo a quel punto cerco di spiegare – così come cercherò di fare in questo libro – perché la Calabria e i calabresi sono come sono. Chiamo questa tecnica «omeopatia del brutto». Consiste nell’instillare nel paziente – in questo caso l’aspirante visitatore – piccole dosi di tutto quell’indistinguibile patchwork di difetti, vizi (chiamateli come volete) che, in gran parte a ragione ma qualche volta anche a torto, l’immaginario collettivo ha attribuito alla Calabria e ai calabresi. Il vantaggio sarà che il visitatore sensibile e veramente interessato non subirà una paresi facciale dinanzi alla prima cosa orripilante che dovesse vedere, magari appena uscito dall’aeroporto o dalla stazione. E si sentirà stimolato ad andare a cercarsi, magari lontano dagli sfracelli di una fraintesa modernità, quel tanto e davvero mirabile che resta dell’anima della Calabria, come la chiamava la poetessa polacca Kazimiera Alberti.

 

I Bruzi uccisori di Cristo

Della Calabria precedente alla colonizzazione magnogreca non restano che le citazioni degli storici classici, il sentore di popoli mitici, uno dei quali avrebbe dato il nome all’intero Paese: Itali, Enotri, Peucezi, Choni, Morgeti, Ausoni, Iapigi. Della Magna Grecia si perpetua la fama storica, con le importanti città di Sibari, Crotone, Locri, Reggio, poche rovine (nessun tempio è rimasto in piedi in Calabria a differenza di Campania, Basilicata e Sicilia), molte opere mobili, ma ben poche tracce culturali. Anche sulle minoranze etniche e linguistiche grecaniche o ellenofone, che vivono attorno alla vallata dell’Amendolea, in Aspromonte, vi sono dubbi se esse discendano direttamente dalle colonie magnogreche o non invece da migrazioni di popoli di etnia egea successive (o addirittura precedenti). Dei Bruzi (o Brettii secondo la denominazione greca) – popolo italico che fece la sua comparsa sul proscenio della storia calabra intorno al IV sec. a.C. – rimane ben poco: qualche rovina di centri fortificati, resti di armature, monili ecc.
Tuttavia i progenitori degli odierni calabresi vengono comunemente individuati proprio nei Bruzi. Anzi, sembra che l’immagine stereotipa che dei Bruzi diedero gli storici latini (i Bruzi furono nemici acerrimi dei Romani e quindi i secondi avevano tutto l’interesse a tramandare dei primi una pessima fama) si attagli perfettamente al topos moderno dei calabresi (nato, in Europa, dall’epopea del brigantaggio contro le truppe d’occupazione napoleoniche, agli inizi dell’Ottocento, e propagandato dai reduci dell’esercito francese), dipinti di solito come gente rude, vendicativa, non incline a sottomettersi alle autorità e alle leggi.
Ma ciò che ha pesato di più sulla pessima fama dei presunti unici predecessori dei calabresi, oltre al giudizio dei Romani, è il luogo comune – non suffragato da alcuna fonte o evidenza storica – dell’essere stati proprio Bruzi i soldati della Legio X che torturarono e uccisero Gesù Cristo. Come ricorda puntualmente Vito Teti, infatti, ancora nel 2004, in occasione dell’uscita del film di Mel Gibson The passion of Christ, su «Libero» del 28 febbraio, Miska Ruggeri accreditava, inopinatamente e acriticamente, la teoria di cui abbiamo parlato, come se si trattasse di una verità storica inoppugnabile (ma guardandosi bene dal fornire alcuna prova del suo assunto) e soggiungendo sarcasticamente: «a chi meglio di un manipolo di calabresi, già allora abili con pugnali, spade e affini, il boss dei boss, Tiberio, poteva affidarsi per eliminare l’incauto ribelle?»4. E la Ruggeri non è né la prima né l’ultima, tra i giornalisti contemporanei, ad aver ripreso questa presunta verità storica. Se dovessimo attenerci davvero alle fonti, potremmo affermare che i Bruzi svolgevano nell’esercito romano esclusivamente attività servili, come ricorda Pier Giovanni Guzzo citando Gellio, sicché non era possibile per essi assumere la veste di soldati 5.

 

Un paradiso abitato dai diavoli

Benedetto Croce scrisse un libro dal titolo: Un paradiso abitato dai diavoli. Si riferiva a Napoli. Ma la definizione, coniata forse nel Trecento e proveniente dalla tradizione dei mercanti toscani , finì per attagliarsi a tutto il Sud e, in particolar modo, alla Calabria. Diversi viaggiatori stranieri la usarono nei loro diari di viaggio a proposito della Calabria. Ovviamente si tratta, anche in questo caso, di uno stereotipo (Croce lo definisce «proverbio») che traeva origine, probabilmente, dallo «spettacolo dell’anarchia feudale che il Regno di Napoli offriva in quei secoli ai cittadini dei Comuni e delle Repubbliche dell’Italia media e superiore e nell’altro, congiunto, della rozzezza, della mancanza di arti, della povertà, dell’ozio, e dei vizi nascenti dalla povertà e dall’ozio, che esso offrì agli alacri mercanti fiorentini e lucchesi e pisani e veneti e genovesi, che qui si recavano per traffici»8 . È lo stesso Croce, poco più avanti, ad ammettere che se anche il proverbio si mantenne vivo, «inteso alla lettera, come enunciazione di una condizione totale e naturale di cattiveria e di stoltezza, esso era assurdo»9 . E poi osserva (il saggio dal quale cito fu pubblicato per la prima volta nel 1922-1923) che l’antico proverbio si è trasfuso nella moderna sociologia che parla di “arresto di sviluppo sociale” e di “Italia barbara”. Si riferisce all’antropologia positivista affermatasi soprattutto con Cesare Lombroso10, ma cita espressamente, in nota, Alfredo Niceforo11. E spiega, acutamente, che se a Napoli vi fu pure, nei secoli, un’alta vita morale e intellettuale, gli stessi napoletani accettarono l’antico biasimo sino al paradosso di attribuirselo «volentieri» essi stessi al fine di essere spinti a migliorare la loro condizione12. Croce conclude con un’altra lucida affermazione: «Sotto questo aspetto c’importa poco ricercare fino a qual punto il detto proverbiale sia vero, giovandoci tenerlo verissimo per far che sia sempre men vero»13. Ciò a voler dire: non deve importarci se il proverbio è vero o meno; teniamolo ben presente e facciamo in modo che esso venga smentito sempre più da ciò che saremo in grado di fare noi meridionali

 

La razza maledetta

Sulla Calabria – e sul Meridione in genere – aleggiano poi gli scampoli della «razza maledetta», ossia della teoria secondo la quale esisterebbero al Nord e al Sud del Paese due razze umane differenti sia nei tratti somatici e fisici che nelle caratteristiche psicologiche.
La teoria fu elaborata da un gruppo di antropologi cosiddetti positivisti a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. I nomi più noti sono quelli, in parte già citati, di Cesare Lombroso, Alfredo Niceforo, Pasquale Rossi, Giuseppe Sergi. La tesi propagata da costoro – e ammantata da un’aura di scientificità – consisteva in un ibrido tra positivismo antropologico e antropologia criminale, secondo il quale quella del Nord, gli Arii, è la razza «superiore», mentre quella del Sud, gli Italici, è la razza «inferiore». Gli Ariisarebbero brachicefali, ossia avrebbero un cranio più largo che lungo (più capiente di materia encefalica), gli Italicisarebbero dolicocefali ossia avrebbero un cranio più lungo che largo. A Torino esiste ancora una raccolta di crani di briganti collezionata da Lombroso. Secondo Niceforo, in particolare, i meridionali sarebbero, testualmente, «degenerati», «barbari», «ritardati». Lombroso, che si occupò in particolare dei calabresi, individua nella melanconia – che all’epoca era considerata una malattia mentale – un loro tratto costitutivo. I maschi meridionali sarebbero di temperamento bilioso, soggetti alle emorroidi, all’itterizia, alle epatiti, ai calcoli biliari e alle ostruzioni viscerali. Le donne meridionali sarebbero tutte isteriche.
rebbero tutte isteriche. Ora, se l’antropologia fisica, sociale, culturale, le scienze naturali e la genetica hanno alla fine (ossia dopo la consumazione, in nome delle teorie razziali, dell’olocausto nazista) dimostrato che la razza, prodotto storico e sociale, non ha nulla a che spartire con la biologia, non così è stato ed è per il sentire comune: la gente del Nord Italia, una parte degli europei in genere, ha un’idea dell’indole e del carattere dei meridionali e, in particolare, dei calabresi, non molto dissimile da quella che si fecero gli antropologi positivisti.

 

Pensiero meridiano

La felice espressione «pensiero meridiano» fu coniata da Albert Camus all’inizio degli anni Cinquanta, allorché nel capitolo conclusivo del suo L’uomo in rivolta, sotto un titolo siffatto, lo scrittore invocava un modo di pensare al quale il mondo contemporaneo non avrebbe potuto rinunciare ancora per molto. Modo di pensare che, richiamandosi allo spirito greco antico, pone al centro della riflessione il rapporto originario e profondo tra uomo e natura.
Si intravede qui una contrapposizione tra due distinte concezioni del mondo: una nord europea, basata sulla rimozione del rapporto con il sacro e con la natura; l’altra sud europea, che propugna, invece, un intreccio armonico tra umano, divino e naturale. «Al nichilismo europeo, avvolto nelle tenebre dell’assolutismo storicista, Camus oppone dunque lo spirito mediterraneo, coi suoi richiami alla sacralità del mondo e della vita». In sostanza «il pensiero meridiano è la riscoperta di questo sud rimosso e il suo collegamento a una forma di vita non ostaggio della tecnica, capace di una misura».
Intorno alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, alcuni studiosi, tra cui Franco Cassano, Mario Alcaro, Piero Bevilacqua, Franco Piperno, si ritrovano nello sviluppare le tesi di Camus e propugnano un pensiero del «Sud che pensi il Sud». Il Sud diviene soggetto di pensiero proprio e dismette gli abiti dell’oggetto di pensiero altrui. È una rivendicazione di autonomia culturale, etica, spirituale innanzitutto e poi anche politica. Anche se non v’è traccia dei fumosi progetti separatisti e autonomisti che circolano nel Mezzogiorno d’Italia da alcuni anni.
Il Pensiero meridiano ripudia il fondamentalismo economico e i processi di omologazione che accompagnano la globalizzazione, in favore di una ritrovata peculiarità locale del Sud, nella cultura, nella politica, nella ricerca di una identità. Bisogna smettere con il pensare che il Sud sia un non-ancora dello sviluppo, sostiene Franco Cassano, «occorre smettere di vedere le sue patologie solo come la conseguenza di un difetto di modernità. Bisogna rovesciare l’ottica e iniziare a pensare che probabilmente nel Sud d’Italia la modernità non è estranea alle patologie di cui ancora oggi molti credono che essa sia la cura».
È necessario, invece, contrapporre, alla omologazione e allo sviluppo etero diretto, la rivitalizzazione delle culture locali, la reinvenzione delle radici storiche comuni, la riaffermazione delle proprie identità collettive. Insomma, l’idea è quella di creare per il Sud un percorso alternativo che punti su strategie di cooperazione regionale, beni comuni, risorse ambientali, specificità territoriali. Una rinascita in piena regola del «locale» in una relazione più equa con il globale.
Per far questo, i fautori del Pensiero meridiano decostruiscono alcuni capisaldi della Questione meridionale.
La prima decostruzione riguarda il cosiddetto paradigma emulativo, per cui il Sud deve emulare il Nord ed essere oggetto, quindi, di uno sviluppo etero-diretto e assistito. Il Sud, viceversa, deve semplicemente chiedersi quale possa essere una strategia per migliorarsi a partire dalle ricchezze di cui già dispone. La seconda decostruzione concerne il paradigma della modernizzazione, che parte dal dogma dell’arretratezza economica e culturale del Sud. Il Sud non è «arretrato», ma solo non sviluppato secondo i canoni del Nord. È, invece, diverso, soprattutto perché ha saltato a piè pari tutto il lungo periodo della industrializzazione e conserva luoghi, valori, culture che quel processo, se ci fosse stato, avrebbe spazzato via.
Il Pensiero meridiano resta, sino a ora, l’unica originale e innovativa proposta di ripensare il Sud (e con esso la Calabria) e i suoi problemi a partire dal Sud stesso, di favorire un’assunzione di responsabilità diretta dei meridionali, per contrapporre alle fallimentari panacee industrialiste e sviluppiste, che hanno avuto il Sud come cavia, strategie che partano da forze e ricchezze endogene. E, quel che più conta, abiurando una buona volta ogni progetto etero diretto e assistito.

 

 

Da “Lettere meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria” di Francesco Bevilacqua

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