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Paperi e autostrade

Non c’è più niente a Ferramonti, se non lo svincolo dell’autostrada che tutto ha cancellato, e un vasto paesaggio senza orizzonte che si apre appena sotto la montagna; ma nulla che ricordi davvero il tempo della cattività, la privazione d’ogni cosa, il terrore delle notizie che forse arrivavano d’altrove oscuramente raccontando d’una realtà che non si poteva credere reale, mentre anche qui, in Italia, s’era stabilito di iniziare a stipare tutte le declinazioni della diversità − ebrei, zingari, comunisti, omosessuali − come stracci in attesa d’esser gettati via; a migliaia.
Non c’è più nulla che ricordi davvero ciò che accadde, giacché il tempo e l’insipienza e le necessità del Paese nuovo che usciva dalla guerra e la grande amnistia e tutto questo, e anche molto altro ancora, hanno fatto sì che nulla più rimanesse di quel grande campo di concentramento né di molti altri come quello; ché sì, anche in Italia ci furono campi di concentramento, e però l’8 settembre era di là da venire e i nazisti, qui, ancora non ci avevano messo piede, né mai ce lo metteranno in seguito. No: avevamo fatto tutto da soli.

E poi, si scelse di dimenticare. La nuova Italia non poteva tollerare la memoria di ciò che era appena stata, doveva rinascere vergine e diversa e per questo − e per sopire le tante ferite lasciate in eredità da quell’altra Italia nella quale tutti o quasi furono fascisti e poi improvvisamente nessuno lo era mai stato davvero − si stabilì di chiudere gli armadi, cancellare le tracce, rimuovere ogni segno anche fisico di quel passato.
Il campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in Calabria, era un segno ingombrante di quel passato: era uno dei più grandi campi di concentramento italiani, destinato soprattutto agli ebrei. E, infatti, delle migliaia di persone che passarono di qui, moltissime erano di religione ebraica, ma c’erano anche stranieri e antifascisti. Vissero tutti, e sino al settembre del 1943, all’interno di novantadue baraccamenti circondati da filo spinato e garitte, e con guardie dentro e fuori a controllare ogni cosa e ogni movimento.

Ma poi si scelse di dimenticare. Quando tutto finì, il campo non venne neppure smantellato; semplicemente, iniziò a sparire, consumato dal tempo, riassorbito lentamente dal paesaggio, come i baraccamenti di legno che di tanto in tanto scomparivano, portati via perché a qualcuno serviva un nuovo riparo per gli attrezzi, una stalla, una casa, o soltanto legna da ardere.
Infine, si decise che l’autostrada Salerno-Reggio Calabria sarebbe passata proprio lì, e tutto fu spianato, e oggi sul quel terreno ci sono soltanto prati e campi e c’è un grande svincolo solitario, assurdo, forse addirittura inutile in questa piana sconfinata e brada, buono però per disinfettare col cemento quanta più terra possibile, e sterilizzare così la sofferenza d’un tempo e il ricordo stesso di ciò che lì accadde, e l’anima nera di un intero Paese; annerita da vent’anni di pessimi e sconcertanti pensieri.
Così, di ciò che fu il campo di Ferramonti non è rimasta traccia, se non in una scenografia ragionata a posteriori: un recinto che custodisce un piccolo museo e un paio di nuove costruzioni che simulano quelle d’un tempo per provare a ricostruirne la memoria, come in un atto di resipiscenza e di riparazione. Tutto appare molto giusto e necessario, opera di persone giuste anch’esse e necessarie, e però qui per arrivarci si fatica a trovare indicazioni, e la memoria, va detto, segretamente continua a vivere davvero soltanto in un’unica baracca scampata al tempo e che se ne sta in disparte, ineffabile, al di fuori del recinto del museo, addossata ad una casa moderna. È sotto gli occhi di tutti, ma nessuno o quasi se ne accorge. Ed è tutto ciò che rimane.
Ché, infatti, poi si scelse di dimenticare. E, come per il campo di Ferramonti, lo stesso accadde per ogni altra cosa e per tutti gli altri demoni che avevano affollato gli anni appena trascorsi: l’iprite e i gas letali utilizzati a tonnellate in Africa, la mattanza di Debrà Libanòs, i lager costruiti in Libia e le decine di migliaia − decine di migliaia! − di esseri umani che non sopravvissero a quella prigionia e alle violenze, e poi le deportazioni e le altre migliaia e migliaia di morti, tanti da non poterli neppure più contare, fino all’aggressione alle nazioni dell’Europa dove si marciò al fianco del socio nazista, e ai tentativi di bonifica etnica nei Balcani; che sì, si arrivò a tanto, quando i partigiani erano gli altri e gli italiani si ridussero ad essere l’armata “s’agapò”.

Si scelse insomma di dimenticare perché ce n’era abbastanza per voler dimenticare. Su queste amnesie furono però costruite e crebbero infine altre verità più accettabili e consolatorie ma cialtronesche e autoassolutorie, su tutte quella degli italiani brava gente; così che si dovette attendere a lungo prima che certi storici − come fece Angelo Del Boca sull’uso dei gas in Africa − riuscissero testardamente a superare le verità ufficiali, costruite sul finire della guerra e in qualche caso addirittura ancor prima, e alla fine riuscissero ad abbatterle.
Ma in fondo l’imperfetta percezione di ciò che questo Paese fu è dovuta anche a circostanze che si possono comprendere, giacché è vero che tutto non può che scomparire di fronte alla enormità nazista. E poi del male assoluto anche l’Italia infine fu vittima: accadde a Marzabotto, alle Fosse Ardeatine, a Sant’Anna di Stazzema e nella violenza bestiale e infinita che accompagnò le truppe tedesche nella lenta risalita della penisola.
Eppure, Ferramonti precede la Risiera di San Sabba, ed è per questo che quella percezione, nonostante tutto, è imperfetta: di quel male assoluto anche noi fummo parte, e sino in fondo.
E però è soltanto la Risiera ad esser diventata la rappresentazione stessa del male assoluto mentre di Ferramonti si sono a lungo perse addirittura le tracce. E forse non a caso. Lì, alla Risiera, la mano che operò fu quella nazista accanto a quella repubblichina; a Ferramonti facemmo invece tutto da soli: da soli innalzammo il filo spinato attorno agli ebrei: quel filo spinato era fieramente italiano, dunque. Più facile, allora, monumentalizzare soltanto la Risiera, giacché lì i cattivi furono gli altri; e che il resto se lo mangi pure il tempo, che svaniscano le tante Ferramonti che sorsero in Italia, riemerse infine soltanto per il lavoro tignoso di studiosi come Carlo Spartaco Capogreco e pochi altri; meglio, molto meglio rimuovere tutto: storia e responsabilità. E che venisse dunque il tempo della estrema messa in scena: che fosse, insomma, italiani brava gente.
Ma fu come commettere nuovamente il peccato originale. E sarà Pier Paolo Pasolini a raccontare ciò che accadde negli anni a venire.

Sarà lui a raccontare la mutazione antropologica che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, scosse bruscamente un’Italia che, per sopravvivere a se stessa, si era ritrovata quasi senza più passato ed era dunque tabula rasa disposta al pensiero altrui.
Già negli anni Sessanta del Novecento, nel trattamento del film La rabbia − pubblicato su «Vie Nuove» nel 1962 e poi raccolto nel volume Le belle bandiere − scriveva: «Cos’è successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità. Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno si presenta come “normale” […]. L’uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l’abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è».
Ma viene in mente soprattutto Acculturazione e acculturazione, scritto un decennio più tardi, lì dove Pasolini, per dire del nuovo modello sociale che si era affermato stravolgendo il volto del Paese, arriva a scrivere che neppure il centralismo fascista era riuscito lì dove era appena riuscito «il centralismo della civiltà dei consumi», il quale ottenne proprio in quegli anni una adesione «totale e incondizionata» e l’abiura d’ogni altro e preesistente modello culturale, imponendo il proprio modello che è «un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico» il quale − aggiunse inAmpliamento del bozzetto sulla rivoluzione antropologica in Italia − produce un’ansia di consumo che «è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato», ottenuta con «un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità».
Dopo di allora, il modello sociale che ciascuno è stato chiamato a realizzare non fu più quello della propria classe sociale, giacché quella differenza sbiadì, bensì quello imposto dal nuovo potere. Ma gli ex contadini strappati alla propria stessa radice, costretti ad ammassarsi lontano dalla terra, circondati da nuove città in moplen, città troppo veloci, indipendenti dal ritmo del sole, e soprattutto incubatrici di quell’ansia di consumo indispensabile per sostenere la nuova architettura del potere stesso, ebbene i nuovi sottoproletari e gli ex contadini non avevano i mezzi per realizzare quei nuovi obiettivi. E siccome «mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza», quelle masse finivano inevitabilmente per essere intimamente infelici. E mentre venivano assorbite nell’unica, grande, onnivora classe sociale che andava formandosi, ossia la borghesia che tutto ingloba e amalgama e che in Italia non avendo mai fatto rivoluzioni è nata e morirà conformista, esse iniziavano a rimuovere anche il ricordo di ciò che erano state, condizione della quale ora avevano imparato a provare vergogna, proseguendo così nell’opera di negazione di sé e di rimozione della propria storia, sempre più lontani dal Mediterraneo.
«Il vero fascismo − aggiunse infine Pasolini nel breve documentario sulla Forma della città − è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia. E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che in fondo non ce ne siamo resi conto, è avvenuta in questi ultimi cinque, sei, sette, dieci anni. È stato una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi, sparire. E adesso, risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare».
Si era oramai entrati negli anni Settanta, Pasolini verrà ammazzato di lì a pochi mesi; ma in quelle immagini già appare ridotto a un fantasma feroce e disperato.

È questa, dunque, l’Italia alla quale la grande amnesia del dopoguerra aveva aperto la strada; ma il punto di partenza di questa lenta valanga, il vero peccato originale rimonta probabilmente a qualche secolo prima, come scrive Ermanno Rea nella Fabbrica dell’obbedienza: «A inventare un cittadino responsabile siamo stati noi italiani! Accadde molti secoli fa, tra il Trecento e il Cinquecento, con l’Umanesimo e il Rinascimento. Fu una lunga stagione di gloria che durò non meno di centocinquant’anni; poi, lentamente, furono spente tutte le luci che erano state accese e, tra roghi e altre forme di violenta repressione, la Controriforma espulse dall’Italia quell’homo novus appena plasmato sostituendolo con un suddito deresponsabilizzato, vera e propria maschera della sottomissione e della rinuncia a ogni forma di autonomia di pensiero».
Ed eccoli insomma questi italiani che dopo di allora «furono costretti a vivere l’esperienza di una sottomissione di cui continuiamo a pagare le conseguenze attraverso quel divieto di pensare in proprio, che si trasformerà ben presto in conformismo coatto e cortigianeria». E in fondo è lo stesso che dire che «hanno il conto corrente col peccato e si pentono sempre in tempo», come scrisse Ennio Flaiano nel suo Diario notturno a proposito di certe donne romane, «meretrici senza fantasia».

Tanto profondamente questa infinita rimozione incide ancora oggi in ogni circostanza della vita nazionale, che certe assurde leggerezze annegano oramai nella normalità, indistinguibili dal resto delle cose, come se anch’esse potessero diventare per ciò stesso circostanze davvero normali, come se, insomma, alla fine tutto fosse comunque accettabile, giacché tutto oramai accade sotto gli occhi di tutti e però ogni cosa appare normale o neppure si è più capaci di notarla; ed è il caso di certi scandali che sconciano la politica ripetendosi puntuali e dei quali, però i sintomi erano da sempre ben visibili, seppure in pochi volessero vederli. Ed è ciò che racconta anche la storia del papero di Alatri, in Ciociaria.
Qui nel 1942 iniziò a funzionare il campo delle Fraschette. Avrebbe dovuto ospitare 7000 prigionieri di guerra, ma venne riconvertito in fretta in campo di concentramento per internati civili provenienti soprattutto dalla Jugoslavia e dalla Venezia Giulia, oltre a un certo numero di deportati italiani evacuati da altri campi. Si trovava poco fuori da Alatri, nel mezzo di una conca che resta ancora oggi un po’ in disparte, circondata da creste che chiudono l’orizzonte quasi in ogni direzione.
Qui la guerra ha lasciato una traccia profonda: Cassino è vicina e quando il fronte attraversò questa zona fu una devastazione, ovunque, di persone e di cose. Oggi di quel campo restano le pietre del recinto e alcuni padiglioni, e tutto è diruto, consumato dal tempo, divorato dalla vegetazione; e quelle pietre, quei padiglioni scheletriti, e la stessa vegetazione, hanno l’aria lugubre dei luoghi nei quali è passato il dolore e poi è rimasto soltanto il vuoto a digerire il ricordo di ciò che fu.
Alcuni dei baraccamenti, quelli più vicini alla strada che taglia la conca, da alcuni anni sono stati rimessi in piedi e trasformati in ostello. Su alcuni di questi edifici sono stati dipinti dei paperi per provare a ingentilirne le facciate cariche di una storia così oscura.
Ce n’è uno, sarà alto un paio di metri, che forse segna la zona delle camere da letto. Indossa un pigiama e cammina con le braccia in avanti come i sonnambuli nelle vecchie comiche in bianco e nero di quando il cinema era ancora muto; ed è per questo un papero piuttosto buffo e allegro.
Ma il pigiama che indossa è come un infarto: quel pigiama è a righe verticali bianche e nere. Quel pigiama è uguale alle divise utilizzate nei lager nazisti. Quel papero in pigiama sembra un fantasma scampato ad Auschwitz.
E lo sconcerto che in un luogo come questo − che fu a sua volta un campo di concentramento − provoca quel papero col suo pigiama modello-Auschwitz annichilisce, ed è più violento ancora di quello che si prova osservando il vuoto estremo di Ferramonti. Ma sembra che a tutti vada bene così.
E non è chiaro se ciò sia «il segno di una resa invincibile», per dirla con Andrea Pazienza, o se invece sia soltanto un’altra pausa del pensiero.

 

Da “Paracarri” di Alessandro Calvi

 

 

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