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Il liberalismo economico di Adam Smith

1. Società commerciale e divisione del lavoro

Molti studiosi hanno sottolineato una singolare coincidenza: la Ricchezza delle nazioni di Adam Smith (1723-1790) venne pubblicata nel 1776, lo stesso anno della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Coincidenza singolare, dicevamo, perché l’opera di Smith analizza e illustra per la prima volta, con stupefacente semplicità ma anche con straordinaria profondità, il funzionamento di quel modo di produzione che sarebbe stato poi chiamato capitalistico, e che avrebbe fatto degli Stati Uniti la più ricca e la più potente nazione del mondo.
Nella sua indagine Smith partiva da un paradosso: nelle nazioni civili e prospere, sebbene un gran numero di persone non lavori affatto, e addirittura molte di queste persone che non lavorano consumino dieci volte e spesso cento volte più della maggior parte di coloro che lavorano, tuttavia il prodotto del lavoro complessivo della società è così grande che tutti ne sono spesso abbondantemente provvisti; «e anche il lavoratore della classe più bassa e più povera, se frugale e industrioso, può godere dei mezzi di sussistenza e di comodo in quantità maggiore di quella che un selvaggio è in grado di procurarsi»(p. 74) .
Questo paradosso era già stato rilevato da Locke («Il re di un ampio e ricco territorio in America vive, alloggia e veste peggio di un operaio giornaliero in Inghilterra»). Ma la spiegazione che ne dà Smith è molto più profonda. L’abbondanza del prodotto complessivo della società moderna è dovuta, egli dice, al «grandissimo progresso della capacità produttiva del lavoro», e tale progresso è dovuto a sua volta alla «maggiore abilità, destrezza, e avvedutezza» con le quali il lavoro è ovunque diretto o impiegato, sulla base di una generalizzata «divisione del lavoro» (p. 79).
Essendo la divisione del lavoro alla base della ricchezza delle nazioni moderne, Smith si sofferma a lungo su di essa, con vari esempi (a partire da quello, celebre, della produzione degli spilli, ripartita in molteplici fasi lavorative). Questi esempi mostrano che, una volta che la fabbricazione di un prodotto sia suddivisa in molte operazioni parziali, ciascuna delle quali viene eseguita da un solo addetto, si ottengono tre vantaggi fondamentali: in primo luogo, c’è un grande risparmio del tempo che di solito viene perso passando da una specie di lavoro all’altro; in secondo luogo, c’è un grande aumento della destrezza di ogni singolo operaio che esegue solo e soltanto quella operazione parziale; in terzo luogo, viene inventato un gran numero di macchine che facilitano e abbreviano il lavoro (e sono soprattutto gli operai comuni che, addetti a qualche operazione semplicissima, inventano la macchina capace di eseguire tale operazione) (pp. 83-86).
La divisione del lavoro è dunque alla base dell’enorme produttività nelle società moderne. Quando essa si afferma in modo generale nella produzione, ognuno vive scambiando, e la società si trasforma in una società commerciale. Dice Smith: «Quando la divisione del lavoro si è affermata in modo generale, solo una piccolissima parte dei bisogni individuali può essere soddisfatta col proprio lavoro. L’uomo soddisfa la maggior parte dei suoi bisogni scambiando l’eccedenza del prodotto del proprio lavoro rispetto alle esigenze del proprio consumo contro le parti del prodotto del lavoro altrui di cui ha bisogno. Così ognuno vive scambiando, cioè diventa in certa misura mercante, e la società stessa si trasforma in quel che è essenzialmente una società commerciale» (p. 102). Per rendere possibile un numero così elevato di scambi quotidiani, nella società commerciale sorge la moneta, che, dopo varie fasi, si fissa in una merce non deperibile e facilmente divisibile: i metalli (ferro, rame, argento, oro).

 

2. Imprenditori e operai salariati: il dinamismo dell’azienda fondata sul profitto

In tal modo sono ormai presenti tutti gli elementi fondamentali per il decollo della intrapresa economica moderna (sia nella forma di azienda agricola, sia nella forma di azienda manifatturiera). Gli imprenditori investono un capitale (sia che lo posseggano, sia che lo prendano a prestito) in una azienda: essi anticipano i denari tanto per i salari degli operai, quanto per le materie prime e le attrezzature. Ma l’intero valore del prodotto del lavoro è opera dei lavoratori salariati: infatti essi producono sia il valore corrispondente ai propri salari e ai materiali acquistati, sia «un di più», che costituisce il profitto dell’imprenditore o capitalista.
Il processo produttivo in quanto produttore di valore (che si materializza in una certa quantità di merci) si configura quindi in questo modo: «Scambiando il prodotto finito contro moneta […], oltre a ciò che può bastare a pagare il prezzo dei materiali e i salari degli operai, deve essere dato qualcosa per il profitto dell’imprenditore che rischia il suo capitale nell’impresa. Il valore che gli operai aggiungono ai materiali si compone quindi in questo caso di due parti, una delle quali paga i loro salari e l’altra i profitti del loro datore [di lavoro] sull’insieme dei materiali e dei salari che egli ha anticipato. Egli non avrebbe nessun interesse a impiegarli, se dalla vendita della loro opera non si attendesse qualcosa di più di quanto basta a ricostituire il suo capitale» (p. 133).
Smith ha così individuato i due protagonisti, entrambi fondamentali, dell’economia moderna: l’operaio che produce col suo lavoro l’intero valore del prodotto (agricolo o manifatturiero), e l’imprenditore (o datore di lavoro, o capitalista che dir si voglia), che, rischiando il proprio capitale, fa nascere un’azienda e rende possibile l’intrapresa economica, dalla quale ricava un profitto.
In questo modo l’economista scozzese ha messo in forte risalto anche il carattere dinamico dell’economia moderna, la quale ha in sé la tendenza a crescere: infatti i profitti «sono interamente regolati dal valore del capitale impiegato, e sono maggiori o minori in proporzione alla dimensione di questo capitale», e quindi l’imprenditore o capitalista ha tutto l’interesse a investire capitali sempre più grandi (p. 133).
E non solo l’imprenditore-capitalista vuole avere profitti sempre più elevati (e per conseguirli aumenta, appena gli è possibile, gli investimenti del proprio capitale); egli si sforza anche «continuamente di trovare l’impiego più vantaggioso per qualsiasi capitale di cui possa disporre [e qui si manifesta di nuovo il suo ruolo creativo]. In verità egli mira al suo proprio vantaggio e non a quello della società. Ma la ricerca del proprio vantaggio lo porta naturalmente, o piuttosto necessariamente, a preferire l’impiego più vantaggioso alla società» [p. 581].
Qui si manifesta quel meccanismo (che costituisce la molla del modo di produzione capitalistico), già individuato da Mandeville, in virtù del quale l’egoismo privato, cioè la ricerca di vantaggi individuali, si converte in pubblico beneficio, cioè in vantaggi per l’intera società. Smith illustra questo circolo virtuoso con mirabile chiarezza, servendosi della famosa metafora della «mano invisibile»:

Il reddito annuale di ogni società – egli dice – è sempre esattamente uguale al valore di scambio di tutto il prodotto annuale della sua industria, o meglio si identifica esattamente con quel valore di scambio. Perciò, cercando per quanto può di impiegare il suo capitale a sostegno dell’industria interna e di indirizzare questa industria in modo che il suo prodotto possa avere il massimo valore, ogni individuo [imprenditore] contribuisce necessariamente quanto può a massimizzare il reddito annuale della società. Invero, generalmente egli né intende promuovere l’interesse pubblico né sa quanto lo promuova. Preferendo sostenere l’industria interna anziché l’industria straniera, egli mira soltanto alla sua sicurezza; e dirigendo quell’industria in modo tale che il suo prodotto possa avere il massimo valore egli mira soltanto al proprio guadagno e in questo, come in altri casi, egli è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni (pp. 583-584).

 

3. Lo Stato ha compiti limitatissimi e l’economia deve essere libera

Dunque, la «mano invisibile» opera sapientemente ed efficacemente; e ciò perché ogni imprenditore, perseguendo il proprio interesse, «promuove quello della società in modo più efficace di quanto intenda realmente promuoverlo» (p. 584). Perciò bisogna evitare qualunque provvedimento esterno che possa alterare questo meccanismo creativo, e guardarsi «da coloro che pretendono di trafficare per il bene pubblico», i quali, nonostante le loro buone intenzioni, non hanno mai «raggiunto molto» (p. 584). Fra costoro primeggiano gli uomini di Stato, di governo, i legislatori, che si reputano sapienti e lungimiranti. Ma «è evidente che ognuno, nella sua condizione locale, può giudicare molto meglio di qualsiasi uomo di Stato o legislatore quale sia la specie d’industria interna che il suo capitale può impiegare e il cui prodotto avrà probabilmente il massimo valore». L’uomo di Stato che volesse indirizzare i privati circa il modo in cui essi dovrebbero impiegare i loro capitali, non solo si addosserebbe una cura non necessaria, ma si attribuirebbe un’autorità che non può essere attribuita tranquillamente a nessuna persona singola, così come non può essere attribuita «a nessun consiglio o senato» (p. 584).
I fattori essenziali della società commerciale devono poter operare liberamente: qualunque intervento esterno, qualunque provvedimento «regolatore», altera il meccanismo creativo, e compromette l’opera della «mano invisibile» che si afferma spontaneamente nell’economia fondata sull’impresa capitalistica. «È così che gli interessi privati e le passioni inducono naturalmente gli individui a destinare il loro capitale a impieghi che normalmente sono più vantaggiosi alla società» (p. 785). Ma ove accadesse che gli imprenditori destinassero troppo capitale a questi impieghi, «la diminuzione del profitto in questi e l’aumento dello stesso in tutti gli altri impieghi li indurrà immediatamente a rivedere questa errata distribuzione». L’equilibrio si ristabilirà spontaneamente. «Perciò, senza intervento della legge, gli interessi privati e le passioni inducono naturalmente gli uomini a dividere e a distribuire il capitale di ogni società tra tutte le diverse attività che vi si svolgono, il più possibile secondo la proporzione più conforme all’interesse di tutta la società» (p. 785).
È evidente, in questo quadro, che lo Stato ha compiti limitatissimi, che sono essenzialmente quelli di assicurare la pacifica convivenza fra i cittadini, di far rispettare le leggi, di amministrare la giustizia, nonché di costruire tutte quelle opere pubbliche (strade, ponti, canali, porti ecc.) che non possono essere costruite dall’iniziativa privata. Tutto quello che va al di là di queste funzioni, qualunque pretesa di orientare l’economia con provvedimenti speciali, può solo intralciare il meccanismo spontaneamente creativo dell’economia medesima, e arrecarle grave danno. «È quindi una enorme impertinenza e presunzione da parte dei re e dei ministri pretendere di tutelare l’economia dei privati e di frenare le loro spese con legge suntuarie o proibendo l’importazione di beni di lusso stranieri. Essi [i re e i ministri] sono sempre e senza eccezione i più grandi scialatori della società. Se essi facessero più attenzione alle loro spese, potrebbero tranquillamente lasciare che i privati si occupassero delle loro» (pp. 468-469).
È stato rimproverato a Smith di aver fatto, con la sua teoria della «mano invisibile», una pura e semplice apologia dell’economia di mercato della società moderna. Ma affermare ciò significa leggere molto distrattamente la Ricchezza delle nazioni, la quale è in realtà piena di spunti critici e di ammonimenti. Come quando il pensatore scozzese mette in guardia verso i pericoli della divisione del lavoro:

Con il progredire della divisione del lavoro, – egli dice – l’occupazione della gran parte di coloro che vivono per mezzo del lavoro, cioè di gran parte della popolazione, finisce per essere limitata ad alcune operazioni semplicissime, spesso a una o due. […] Chi passa tutta la sua vita a eseguire alcune semplici operazioni, i cui effetti sono inoltre forse sempre gli stessi o quasi, non ha occasione di esercitare l’intelletto o la sua inventiva nell’escogitare espedienti per superare difficoltà che non si presentano mai. Perciò egli perde naturalmente l’abitudine di questo esercizio e generalmente diventa tanto stupido e ignorante quanto può diventarlo una creatura umana (p. 949).

 

4. I salari elevati stimolano l’operosità

Un atteggiamento realistico e critico Smith assume anche a proposito del vantaggio che i capitalisti hanno nella determinazione dei salari degli operai. Questi ultimi, egli dice, cercano di realizzare intese al fine di aumentare i propri salari, mentre i padroni cercano intese per abbassarli. Ma in questa lotta i lavoratori sono svantaggiati, sia per il loro numero (essi sono molti, mentre i padroni sono pochi, e quindi possono accordarsi più facilmente); sia perché la legge autorizza o almeno non proibisce le intese dei padroni, mentre proibisce quelle dei lavoratori. Inoltre un industriale generalmente può vivere un anno o due sul capitale già acquisito, anche senza impiegare nessun lavoratore, mentre senza impiego molti lavoratori non potrebbero vivere neppure per una settimana (pp. 154-155). A chi vada la simpatia di Smith in questa analisi, è evidente da tutto il contesto. Del resto, egli afferma a chiare lettere: «Nessuna società può essere fiorente e felice se la maggior parte dei suoi membri è povera e miserabile. Inoltre è più che giusto che coloro [i lavoratori salariati] i quali nutrono, vestono e alloggiano l’intero corpo sociale, debbano avere una quota del prodotto del loro proprio lavoro che li metta in grado di essere essi stessi discretamente ben nutriti, vestiti e alloggiati» (p. 169). E ciò anche a prescindere dal fatto che «i salari [alti] stimolano l’operosità», e che «dove i salari sono elevati troveremo sempre lavoratori più attivi, diligenti e solleciti che dove essi sono bassi» (pp. 172-173).
Su un piano più generale, la convinzione di Smith è che una società può essere prospera solo se è una società libera. E una società è libera solo se è libero il lavoro, artefice di tutta la ricchezza. A questo proposito Smith dice, con accenti lockiani: «Poiché la proprietà che ognuno ha del suo lavoro è il fondamento originario di ogni altra proprietà, essa è la più sacra e inviolabile. Il patrimonio di un povero sta nella forza e nella destrezza delle sue mani; e impedirgli di impiegare questa forza e destrezza nella maniera che egli reputa opportuna senza ingiuria al suo vicino è una patente violazione della più sacra fra tutte le proprietà. È una manifesta usurpazione della giusta libertà tanto del lavoratore che di coloro che possono essere disposti ad assumerlo» (p. 122). Perciò il lavoro non deve avere vincoli che lo inceppino, nemmeno vincoli corporativi, che solo apparentemente sono in grado di proteggerlo e di avvantaggiarlo, mentre in realtà lo ingabbiano e lo snaturano, privandolo della sua capacità creativa o indebolendola gravemente. Smith è senz’altro contrario alle corporazioni: «L’affermazione che le corporazioni siano necessarie per il miglior governo del mestiere è senza alcun fondamento. La reale ed effettiva disciplina che si impone a un lavoratore non è quella della sua corporazione ma quella dei suoi clienti. È la paura di perdere l’impiego che ne limita le frodi e ne corregge la negligenza. Una corporazione esclusiva indebolisce necessariamente la forza di questa disciplina» (p. 231). Ovvero il lavoro dispiega tutta la sua capacità creativa e tutta la sua efficacia solo all’interno dell’azienda, dove si confronta e si misura con le esigenze dell’azienda medesima, e con i lavoratori delle altre aziende.

 

5. Lavoro produttivo e lavoro improduttivo
Anche la distinzione smithiana fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo sottolinea con estrema efficacia il ruolo centrale e decisivo che nella società moderna ha il lavoro dell’operaio impiegato nell’impresa capitalistica. La distinzione smithiana suona così: «Vi è una specie di lavoro che accresce il valore dell’oggetto al quale è destinato; ve n’è un’altra che non ha questo effetto. La prima, in quanto produce valore, può essere detta lavoro produttivo; l’altra lavoro improduttivo. Così il lavoro di un operaio generalmente aggiunge al valore dei materiali che lavora quello del suo mantenimento e del profitto del suo padrone. Il lavoro di un servitore, invece, non incrementa il valore di nulla. Sebbene il datore [di lavoro] anticipi il salario all’operaio, quest’ultimo in realtà non gli costa nulla, perché il valore del suo salario viene generalmente recuperato, con un profitto, nel maggior valore dell’oggetto al quale il suo lavoro è destinato» (p. 451). In breve, il lavoro produttivo è quello dell’operaio all’interno della moderna manifattura, il quale, lavorando i materiali per trasformarli in merci, produce valore (pari al valore dei materiali lavorati e delle attrezzature, del salario che va al lavoratore medesimo e del profitto che va al capitalista); il lavoro improduttivo è quello del servitore, che non produce valore bensì lo consuma. Sicché, mentre «si diventa ricchi assumendo una quantità di operai», «si diventa poveri mantenendo una quantità di servitori» (p. 451). Lavoro improduttivo, però, non significa affatto lavoro inutile (anzi, esso in molti casi è utilissimo o addirittura indispensabile), bensì significa lavoro che non produce valore, e che deve essere mantenuto dal lavoro produttore di valore. Sulla base di questa distinzione Smith può dire che il lavoro di alcune delle classi più rispettabili della società non produce nessun valore. «Il sovrano, ad esempio, e tutti i funzionari civili e militari che dipendono da lui, tutto l’esercito e la marina, sono lavoratori improduttivi. Essi sono i servitori del pubblico e sono mantenuti con una parte del prodotto annuale delle attività di altre persone. I loro servizi, comunque rispettabili, utili o necessari, non producono nulla col quale si possa successivamente ottenere una eguale quantità di servizi». E Smith aggiunge, con una punta di ironia: «Nella stessa categoria dobbiamo classificare sia alcune delle professioni più serie e importanti che delle più frivole: gli ecclesiastici, gli avvocati, i medici, gli uomini di lettere di ogni genere; gli attori, i comici, i musicisti, i cantanti lirici, i ballerini, ecc.» (p. 452).
Questa fondamentale distinzione smithiana fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo sottolinea ed enfatizza un punto di estrema importanza per la comprensione del funzionamento della società moderna: che questa può prosperare solo se il lavoro improduttivo non assume dimensioni tali da soffocare il lavoro produttivo, e solo se quest’ultimo può esplicare tutta la propria capacità creatrice. Ciò significa che l’azienda moderna produttrice di profitto (cioè l’azienda capitalistica) è la chiave di volta dell’intera società. Essa, perciò, non deve essere intralciata da ostacoli che ne diminuiscano la vitalità, e in primo luogo deve poter operare in un regime di libera concorrenza, senza che altre aziende o altri settori produttivi godano di posizioni di favore o di monopolio. Le aziende sane ed efficienti sono in grado di produrre profitti (e dunque ricchezza per l’intera società), se non sono insidiate da una concorrenza sleale (costituita appunto da posizioni di monopolio); inoltre il loro rendimento va a vantaggio dei consumatori. Infatti, «il prezzo di monopolio è in ogni caso il più elevato che si possa avere. Il prezzo naturale, o prezzo di libera concorrenza, è invece il più basso che possa darsi, naturalmente non sempre, ma per un certo tempo» (pp. 148-149). In un regime di libera concorrenza, «la quantità di ogni merce immessa sul mercato si adegua naturalmente alla domanda effettiva», perché «è nell’interesse di coloro che impiegano la terra, il lavoro o il capitale di portare sul mercato ogni merce in quantità tale che non superi mai la domanda effettiva; ed è nell’interesse di tutta l’altra gente che essa non sia mai inferiore a questa domanda» (p. 144).

 

6. Non c’è società libera senza Stato di diritto
Per garantire il funzionamento di questo meccanismo la sfera politica (lo abbiamo già accennato) ha un compito tanto limitato quanto fondamentale. Essa deve garantire in primo luogo che non ci siano interferenze dello Stato nella vita economica, ma deve garantire anche uno Stato di diritto. In questo Stato è decisiva l’imparziale amministrazione della giustizia, poiché da essa «dipende la libertà di ogni individuo, il sentimento che egli ha della propria sicurezza». Ma «per far sì che ogni individuo si senta perfettamente sicuro nel possesso di tutti i diritti che gli appartengono, non è soltanto necessario che il potere giudiziario sia separato da quello esecutivo, ma anche che sia reso il più possibile indipendente da quel potere». Dunque il giudice non può essere rimosso dal suo ufficio secondo i capricci del potere esecutivo, né può essere coartato in nessun modo (p. 887).
Una società fondata sul lavoro libero e sull’impresa libera è dunque una società in cui tutti sono garantiti, e la giustizia deve regnarvi sovrana. Sfera privata (economica) e sfera pubblica (giuridico-politica) si saldano così intimamente, e la prima non può funzionare senza le garanzie della seconda. Il liberalismo economico che sorge con l’opera di Smith non è affatto, dunque, un liberalismo anarchico, bensì è profondamente permeato delle esigenze della legalità e della giustizia. Una società libera e prospera è quella nella quale i lavoratori e i capitali possono spostarsi senza vincoli posti da corporazioni, leggi protettive, monopoli; ma una società può essere libera, altresì, solo se i rapporti fra gli attori sociali sono garantiti da una giustizia assolutamente imparziale. Questo deve essere il compito precipuo del governo, cioè della politica. Economia e politica sono quindi strettamente intrecciate fra loro nella visione smithiana della società libera.

 

 

Da “Storia del pensiero liberale” di Giuseppe Bedeschi

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