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Una zingara

Quando il campanello della porta squillò, lui era seduto accanto al tavolo. Con una bottiglia di Jack Daniel’s ridotta a meno della metà. E un bicchiere vuotato. Al suono, quasi timoroso, seguì un silenzio teso ed egli pensò che l’orecchio lo avesse ingannato. Ma il campanello squillò ancora, nello stesso modo, quasi timoroso. Pensò a Dina, una delle cameriere del locale al piano terra del palazzo, un caffè-bar, all’ingresso del quale c’era scritto «Pulëbardha» . Da sei mesi, da quando cioè abitava lì, scendeva al Pulëbardha regolarmente, per il caffè del mattino; ogni tanto ci andava anche di sera. A volte si fermava a lungo, sempre nella zona servita da Dina, a un tavolo prossimo alla vetrata. All’inizio si sedeva lì senza un motivo preciso, solo perché poteva osservare quello che succedeva in strada. Neanche sapeva che il tavolo al quale sedeva si trovasse nella zona di Dina, anzi, di quest’ultima non sapeva neanche il nome. Poi, a un certo punto, inevitabilmente ne venne a conoscenza. E, quando ciò accadde, non si sorprese nel constatare che invece, di lui, Dina sapesse un bel po’ di cose. Per esempio il nome di sua moglie, noto almeno quanto la sua immagine: lavorava all’emittente televisiva Sirius e intervistava politici e personaggi di rango. «Si dice che vi siate separati e che ora lei viva da solo» – si impicciò Dina, dopo qualche tempo. Che la cameriera, ventiduenne, fosse a conoscenza di così tanti dettagli sul suo conto non lo stupì affatto: in fin dei conti era il proprietario del locale in cui si trovava il caffè-bar. Da questa proprietà ricavava un affitto di duemila euro mensili, dettaglio che, ne fosse o meno a conoscenza, Dina non menzionò mai. Considerata la premura particolare con cui lei lo serviva e visto che quando parlava con lui le si bloccava il respiro, gli parve naturale, a un certo punto, invitarla a prendere un caffè insieme. Non nel locale, ovviamente. La invitò a prenderlo nel suo appartamento, cinque piani più sopra. Invito che la ragazza, curiosa, senz’altro accettò. Un pomeriggio lo chiamò al citofono per comunicargli che stava salendo. Appena ne udì la voce, si precipitò ad aprirle il portone del palazzo e lasciò aperta la porta dell’appartamento, dove, dopo un po’, lei comparve con una t-shirt verde, una gonna corta di jeans e il solito imbarazzo. Prima di trasferirsi in camera da letto, al letto matrimoniale in cui nessuna donna si era ancora sdraiata, mentre sorseggiavano un whisky – alla signorina piaceva il whisky – ritenne necessario precisarle che l’intervistatrice di politici e personaggi di rango non era stata propriamente sua moglie. Semplicemente, avevano condiviso lo stesso letto per un paio d’anni, finché lei non aveva deciso di mettere fine alla loro convivenza. Dina non comprese perché lui avesse ritenuto necessaria questa precisazione. Nel grande salone, mentre bevevano il whisky, guardandosi intorno, vedeva dovunque, sui muri, perfino sopra il televisore, fotografie in pose diverse della donna che lui insisteva a dire non essere stata propriamente sua moglie. Spontanea le venne sulla punta della lingua una domanda: se le cose stavano così, per quale motivo continuava a tenere il ritratto di lei dappertutto? Il suo intuito femminile la frenò. “Se la tiene, vuol dire che gli va di tenerla – si disse – . Finché sto qui solo per passarci un pomeriggio, non è il caso che metta il naso in cose che non mi riguardano”. Dina passò lì molti pomeriggi. Le capitò di passarci anche qualche notte. Il ritratto onnipresente della donna – ce n’era uno anche sul comodino, in camera da letto, dove loro facevano l’amore – non la preoccupava più di tanto. Tuttavia, un giorno, appena finito di fare l’amore, il suo sguardo indugiò sul ritratto. Era una donna bionda sui trent’anni, con occhiali da vista e uno sguardo nebuloso. Pensò che alla bionda della fotografia gli occhiali donassero straordinariamente. “Forse li porta per questo, – ragionò – perché le donano”. Lei stessa, se le avessero donato, probabilmente avrebbe portato un paio di occhiali, così, tanto per darsi un tono, senza vetri graduati. Non era mica cretina come una sua amica, la quale, poiché qualcuno le aveva detto che gli occhiali le avrebbero donato parecchio, se n’era comprata un paio, graduati, di quelli che si vendono per strada, li aveva portati per un po’ per sembrare interessante e non solo era diventata oggetto di scherno, ma aveva rischiato di diventare cieca. «Devi averla amata molto», disse al partner, mentre stava sdraiata, con il capo sul cuscino, a osservare la bionda della foto. Seguì un silenzio e lei si pentì di aver pronunciato quelle parole. Lui la girò verso di sé. «Tu scopi cento volte meglio – rispose –, lei non sapeva scopare. Faceva finta di eccitarsi, ma inutilmente. Era di ghiaccio, come fare l’amore con una statua». Si alzò e cominciò a vestirsi. Lei indugiò ancora nel letto, coperta da un velo di sudore, turbata. Poi, più che altro per riprendersi da quella volgarità inaspettata del partner, andò in bagno, restò a lungo sotto la doccia. Quando ne uscì, vestita e più rilassata, lui era nel salone, la bottiglia di whisky davanti. «Hai pensato che io sia pazzo», le disse all’improvviso. Lei raggelò. Negli occhi di lui vide uno scintillio strano. «Non è vero», si affrettò a rispondere. «Non mentire – insisté l’altro –, hai pensato che io sia pazzo. Lei – indicò con la mano il ritratto della bionda – me lo diceva spesso che sono pazzo». La cameriera, imbarazzata e infastidita, provò a dare alla conversazione un tono scherzoso. «Non vedo perché dovrei pensare una cosa del genere solo perché, a tuo giudizio, la tua ex moglie… scusa… la donna con la quale hai convissuto un paio d’anni non sapeva scopare, e io invece so farlo. Il complimento mi piace. Non te lo dico per ricambiare, ma anche tu scopi bene». Poco dopo, fuori dall’appartamento, aspettando l’ascensore che l’avrebbe portata al piano terra, decise che non sarebbe tornata mai più in quell’appartamento. Quell’uomo covava dentro qualcosa di febbrile, che le aveva messo paura. No, non sarebbe più andata da lui, anche se, come gli aveva detto in tutta sincerità, scopava bene, con un’energia incontenibile. Fu forse per questo motivo che contravvenne alla propria decisione già il giorno dopo. Mentre lui sorseggiava il caffè mattutino, che gli servì al solito tavolo, le disse che, se avesse voluto, l’avrebbe aspettata su, quel pomeriggio. E lei accettò.   Il suono del campanello si ripeté per la terza volta, ancora breve, quasi timoroso. Guardò l’orologio: le dodici e venti. Escluse che potesse essere Dina. Era raro che Dina venisse da lui a quell’ora. E non saliva mai durante il suo turno di lavoro al locale. Se lo faceva, lo preavvertiva al citofono. Prese la bottiglia, riempì il bicchiere. Ne mandò giù metà. Con il bicchiere in mano, si diresse alla porta. La aprì e rimase deluso: gli apparve una zingara. Non aspettava nessuno, meno che mai una zingara. Quasi irritato ebbe il moto di respingere quella visitatrice, inconsueta nel loro palazzo, semplicemente richiudendo la porta. All’ultimo istante cambiò idea. La percorse con lo sguardo dalla testa ai piedi e disse tra sé: “Cavolo, perché no?!”. «Vieni, entra», le disse. La ragazza non colse subito l’invito. Era giovane, diciotto o diciannove anni. Indossava una camicetta aperta sul petto, sul quale pendeva una piccola croce. Quel giorno di luglio faceva un gran caldo, era normale che tenesse la camicetta sbottonata, senza darsi pensiero che i suoi seni attirassero gli sguardi maschili. Non gliene fregava niente degli sguardi maschili. Tuttavia, non le era mai capitato di trovarsi così, faccia a faccia, da sola, con un maschio bianco, il cui sguardo, che l’aveva percorsa dalla testa ai piedi, aveva sentito penetrarla fin nella profondità del suo essere. Per di più, la stava invitando a entrare in casa sua. Interpretando a modo suo l’invito, rispose: «Seh, figurati! Ti piacerebbe, eh?». Lui non ripeté l’invito due volte. Come la ragazza formulò la risposta chiuse la porta, gliela sbatté in faccia. Poi tornò a sedersi sulla poltrona, accanto al tavolo. “Dannazione! – sospirò piantando gli occhi sul ritratto della bionda con gli occhiali di fronte a lui, sopra il televisore –. Farei sesso qui sul divano, perché tu mi vedessi da tutte le tue posizioni. Con una zingara… che te ne pare, con una zingara? Non era neanche poi tanto male”. A interrompere il filo dei suoi pensieri fu, per la quarta volta, il suono del campanello. Guardò di nuovo il ritratto. «Ci ha ripensato, mi pare!», disse. E andò ad aprire la porta. La ragazza entrò, fece qualche passo, intimorita. Lui si mise nei suoi panni: si trovava per la prima volta in un ambiente non tanto usuale per lei. Le si avvicinò, le disse di sedersi in una delle poltrone. Lei non accettò. Volle sapere perché l’aveva invitata a entrare e cosa volesse da lei. Fu diretto. «Scopare», le disse. «Se vuoi – aggiunse quando vide che lei aveva storto il muso –, se lo desideri». «Io scopo quando mi va di scopare – rispose lei –, non sono di quelle che scopano a pagamento». «Non ti sto chiedendo di scopare a pagamento – puntualizzò lui –. Possiamo scopare per piacere. Se non ti va, chiedimi qualcosa, quello che ti pare, e vattene a fanculo!». La ragazza cominciò a girare per il salone, osservando i ritratti onnipresenti della bionda con gli occhiali, senza fare alcun commento né alcuna domanda. A farle una domanda, a un certo punto, fu lui: «Come sei arrivata qua sopra, chi ti ha aperto il portone?». «Nessuno – rispose lei –. L’ho trovato aperto. Ho bussato a tutte le porte, piano per piano, ma non c’era nessuno. Tranne te. E tu vuoi scopare. Lo sai che sono fidanzata e se il mio fidanzato lo viene a sapere ci ammazza tutti e due?». Ingoiò un sorso di whisky. Il corpo della ragazza emanava un odore pesante, l’odore delle persone che non si lavano. Gli prese il voltastomaco, e tuttavia insisté. «Il tuo fidanzato non ci vede, e non ne verrà a sapere mai niente. Adesso resta oppure vattene a fanculo, prima che ti sbatta fuori». «Oddio, che paura! – ribatté lei –. Prova a toccarmi e vedrai se non mi metto a urlare». E si mise seduta su una delle poltrone. Per un attimo lui tornò in sé. “Questa è pazzia – pensò –. Meglio mandarla via, prima che sia troppo tardi!”. Intanto, l’altra, comoda sulla poltrona, lo guardava in modo provocante. «Allora, dai – gli disse –, perché non mi scopi? O hai paura che mi metta a urlare?!». «No – rispose lui –, non ho paura che ti metta a urlare. Qui, urla pure quanto ti pare, non ti sente nessuno. Non ti scopo perché puzzi, hai un pessimo odore. Da quanto non ti lavi?». «Ti piglino le pulci», disse la ragazza e si alzò. Lui pensò che, per come si erano messe le cose, avrebbe chiesto di andarsene. Non fu così. La ragazza si mise di nuovo a girare per il salone, fermandosi un certo tempo davanti a ogni fotografia della bionda con gli occhiali. Di nuovo non fece alcun commento né gli rivolse alcuna domanda. Quando ebbe concluso l’ispezione, se ne uscì con una richiesta inattesa. «Fammi vedere dov’è il bagno – gli disse –, voglio lavarmi. Il tuo bagno deve essere come quelli che ho visto nei film, con la doccia e la vasca». Lui rispose che, sì, il suo bagno era proprio come quelli dei film, con la doccia e la vasca. Se voleva, poteva andarci subito, poteva lavarsi. La ragazza s’affrettò a rispondere con quella sua espressione: «Seh, figurati! ti piacerebbe, eh?». Poi, l’idea del maschio bianco le piacque. O almeno a lui parve così. La prese per mano, la tirò verso il bagno. Lei lo seguì, senza dar segno di opporsi. Il bagno era ampio, tutti gli accessori di produzione italiana, bianchi, i pavimenti e le pareti rivestiti di piastrelle blu. Sotto l’effetto del whisky non percepiva più l’odore pesante della ragazza. E gli prese un desiderio cieco di far sesso con lei lì, nella vasca, che lo vedesse o meno il ritratto onnipresente. In preda a quella febbre regolò l’acqua. La vasca cominciò a riempirsi e lui ci versò dentro il bagnoschiuma: la ragazza stava in piedi, osservando la schiuma che si gonfiava. Mentre la vasca si riempiva e la schiuma via via si gonfiava, tornò ad avvertire l’odore pesante di lei. “Sono pazzo – disse tra sé –, io sono pazzo, devo cacciare via questa creatura sudicia”. Invece di cacciarla, quando la vasca fu piena, le chiese di spogliarsi. Lei ribatté che si sarebbe spogliata solo se lui fosse uscito dal bagno. Lo disse con quel suo tipico modo di parlare da zingara, che aveva sempre un che di provocante. Lui rise: giocava a fare la civetta. Uscì dal bagno, si avvicinò al tavolo, finì il whisky rimasto nel bicchiere. Da lì andò in camera da letto. Si spogliò, prese dal comò un accappatoio, se ne avvolse e tornò nel salone. I ritratti onnipresenti della bionda con gli occhiali lo guardarono in silenzio. Un silenzio sprezzante, gli parve. Si staccò da loro e senza farla tanto lunga andò verso il bagno. La ragazza accolse la sua comparsa con uno strillo. In una situazione più normale si sarebbe reso conto che non c’era traccia di civetteria in quello strillo. Ma i suoi sensi alterati interpretarono il messaggio nel modo sbagliato. Si tolse l’accappatoio, lo appese a un gancio, sulla parete, e, esibendo alla ragazza tutta la sua dotazione, entrò nella vasca, dal lato opposto a dove era lei. Come sentì il contatto dei piedi maschili sotto l’acqua, la ragazza si ritrasse nell’altro angolo. «Non provare ad avvicinarti – lo minacciò –, non ci provare, ti dico!». E tentò di coprirsi i seni con le mani. Aveva dei bei seni rotondi. Un volto quasi bello. I sensi di lui la raffigurarono bellissima. E molto sensuale. Fu accecato dal desiderio, nonostante quel che di selvaggio negli occhi neri di lei non fosse affatto civetteria. Perse completamente il controllo quando la ragazza tentò di mettersi in piedi: le saltò addosso con l’istinto di un predatore che si avventa sulla preda prima che questa gli scappi. Per un momento riuscì a sopraffarla, la attirò a sé. Avvertì il fremito di un corpo caldo, le sue gambe che si aprivano, la morbidezza dei suoi seni e, quando pensò che lei, avvinghiandoglisi, si fosse abbandonata nelle sue mani, urlò di un dolore atroce: gli aveva conficcato i denti nel petto.   D’impulso le diede una spinta. Non calcolandone la forza. Voleva soltanto liberarsi dal dolore del morso sul lato sinistro del petto, dove ora si apriva una ferita. «Idiota – gemette –, idiota!». E, accecato dal dolore, ci mise un po’ a rendersi conto di cosa fosse accaduto. Il corpo della ragazza si trovava per terra, fuori dalla vasca. Lo percorse un brivido: la zingara giaceva in una posizione raccapricciante, sul dorso. Un braccio le si allungava verso il basso, come a voler coprire il sesso, l’altro era ripiegato sui seni. Il capo era riverso dietro il bidet, con gli occhi sbarrati. Uscì dalla vasca, le andò vicino. «Muoviti – le disse –, non fingere!». La ragazza non rispose. Continuava e restare immobile, in quella sua posizione raccapricciante, con lo sguardo fisso in un punto indefinito. Allora si piegò su di lei, le alzò la testa con entrambe le mani e inorridì. Le mani gli si erano sporcate di sangue. Sporco di sangue era anche quel lato del bidet. Una gora di sangue si allargava sul pavimento. «Dio mio – balbettò –, Dio mio!». E gli venne da vomitare. Lasciò la ragazza, raggiunse la tazza, i conati di vomito si susseguirono violenti, finché non gli rimase nulla da rimettere se non gli intestini. Il primo pensiero che riuscì ad articolare fu di correre in corridoio, di telefonare al pronto soccorso, di chiedere aiuto perché nel suo appartamento era avvenuto un incidente. Lo fece. Uscì dalla stanza da bagno, raggiunse il telefono a parete, afferrò la cornetta e, all’ultimo istante, quando già stava per comporre il numero del pronto soccorso, si paralizzò. Di fronte, vicinissimo a lui, il suo sguardo incrociò uno dei ritratti della bionda con gli occhiali. «Te l’ho detto – gli parlò lei –, sei pazzo. Tu sei pazzo!». Distolse lo sguardo dal ritratto. E si rese conto di essere nudo. Stava lì, davanti alla bionda, completamente nudo, bagnato, il corpo coperto di schiuma e le mani insanguinate. “È morta, è inutile telefonare al pronto soccorso. Non c’è pronto soccorso che possa riportarla in vita”. Alzò la testa senza capire se queste parole venissero dal ritratto o se invece gli venissero da dentro. Tornò nella stanza da bagno sperando in un qualche miracolo. Magari la ragazza era solo svenuta, da un momento all’altro si sarebbe riavuta. La speranza si spense non appena fu rientrato nella stanza da bagno: la trovò nella stessa posizione di prima, con gli occhi sbarrati, fissi in un punto indefinito. Fu colto da un pianto convulso. Cominciò a implorare la ragazza di svegliarsi. Appena si fosse svegliata, lui sarebbe uscito dalla stanza da bagno. Lei avrebbe potuto lavarsi con comodo, poi avrebbe potuto chiedergli tutto ciò che voleva. In fondo, si era trattato solo di un capriccio, non poteva punirlo così gravemente per capriccio. La ragazza non si mosse. Ciò nonostante, lui continuò a singhiozzare e a implorarla. Quando non ebbe più la forza né di singhiozzare né di implorarla, ebbe un lampo di lucidità. “Devo avvisare la polizia – pensò –. Poi, se la vedano loro”. Placato in qualche modo da questa risoluzione, mentre la zingara giaceva morta dietro il bidet, svuotò la vasca e si fece una doccia. Si lavò con tale cura che ci mise un bel po’di tempo. Non usava bagnoschiuma per il corpo né shampoo per la testa. Usava solo sapone Palmolive. Per un’abitudine che si era portato dietro dall’infanzia si insaponava la testa tre volte, due volte il corpo, aiutandosi con una spugna. Non sapeva dire perché insaponarsi tre volte la testa e due volte il corpo fosse la norma obbligata per ritenersi pulito a dovere. Stavolta questa norma non gli sembrò sufficiente. Aveva, forte, l’impressione che per quanto se li strofinasse, sul suo corpo e sulle sue mani restassero le macchie del sangue della ragazza. Ovviamente era solo un’impressione e, alla fine, uscì dalla vasca. Per andare nel salone dovette scavalcare il corpo della ragazza. Non riuscì a evitare di guardare i suoi occhi. Sbarrati, con l’impronta del terrore. La calma illusoria di pochi attimi prima lo abbandonò e cadde di nuovo in preda a un’angoscia cupa. Avvolto nell’accappatoio, invece di andare al telefono per chiamare la polizia, crollò sulla poltrona accanto al tavolo. La sua mano si mosse da sola verso la bottiglia. La prese, riempì il bicchiere vuoto, lo bevve d’un fiato, come si fa con un bicchier d’acqua… “Visto che non hai il coraggio di chiamare la polizia, si sa come andrà a finire, marcirai in galera!”. Non capì da dove fossero venute quelle parole. In ogni caso, non dal telefono a parete, il cui campanello squillò proprio in quel momento. Lo percorse un brivido. Si schiacciò contro lo schienale della poltrona, allarmato, gli occhi fissi sulla bottiglia e sul bicchiere, entrambi vuoti. Il telefono continuò a squillare cinque, dieci, mille volte e fu tentato di scagliarsi contro l’apparecchio, strapparlo via dalla parete, sbatterlo a terra. Riuscì a fare qualcosa di più razionale: afferrò il cellulare sul tavolo e, per paura che squillasse anche quello, lo spense. Poi tutto cadde nel silenzio. Rimase sulla poltrona, di fronte al vuoto della bottiglia e del bicchiere, incapace di muoversi, incapace di ragionare, di trovare una soluzione più vantaggiosa che chiamare la polizia. Uscì da quello stato di abbattimento dopo due o tre minuti, o forse dopo due o tre ore. Alle sue spalle, dalla parte opposta del salone, oltre la libreria, c’era la credenza. In uno dei suoi scomparti, come dovunque, c’era il ritratto della bionda con gli occhiali. Scelse una bottiglia, sempre un Jack Daniel’s, e, prima che la bionda potesse parlargli, si sottrasse rapidamente al suo sguardo. Aveva bisogno di bere, di riacquistare la lucidità del cervello. E, in qualche modo, riuscì nell’intento. Come ebbe svuotata metà della bottiglia, si sentì tranquillo. Tanto tranquillo da addormentarsi. Finché, a un certo punto, fu svegliato da un tuono.

 

Da “La vita in una scatola di fiammiferi” di Fatos Kongoli

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